🖋️ Patrizia Venuti
Viviamo in un’epoca di rapidi cambiamenti tecnologici, dove l’intelligenza artificiale (IA) sta trasformando profondamente il mondo del lavoro. Come commercialista che studia questi temi, ho potuto osservare da vicino le enormi potenzialità di questa tecnologia, specialmente quando viene utilizzata per migliorare la qualità del lavoro delle persone.
Nel mio studio, l’introduzione di strumenti basati sull’IA ha portato benefici concreti: liberando il personale dai compiti più ripetitivi e meccanici, le mie collaboratrici possono dedicare più tempo e attenzione ai clienti.
Il risultato? Un servizio più efficiente e, soprattutto, più umano. Non siamo più costantemente sotto pressione per rincorrere le innumerevoli scadenze che caratterizzano il nostro lavoro.
Capisco le preoccupazioni di chi teme che l’IA possa causare perdita di posti di lavoro o emarginazione sociale. Tuttavia, la storia ci insegna che il progresso tecnologico, se ben gestito, migliora le nostre condizioni di vita. La sfida sta nel sapersi adattare: alcuni lavori cambieranno o spariranno, ma ne nasceranno di nuovi. È fondamentale investire nell’aggiornamento delle competenze, i giovani devono prepararsi sviluppando competenze che l’intelligenza artificiale non può replicare. Le capacità più preziose saranno quelle profondamente umane, quelle che nessun algoritmo potrà sostituire. L’intelligenza emotiva diventa fondamentale, il pensiero critico e la capacità di problem solving creativo saranno altrettanto cruciali, l’adattabilità e la flessibilità cognitiva diventano essenziali, la leadership collaborativa sarà sempre più richiesta.
Come ha saggiamente osservato Monsignor Vincenzo Paglia nel suo libro l’Algoritmo della Vita:
“Il cervello umano (..) possiede dimensioni, qualità e tratti caratterizzanti che sono il risultato di un’evoluzione lunga milioni di anni e che forse le macchine non riusciranno mai a emulare. Il primo tratto è la capacità di emozionarsi (…), un’altra caratteristica peculiare del cervello umano è la creatività, compagna della curiosità e della fantasia (…) e poi c’è la coscienza, senza la quale tutto quanto detto prima (le emozioni, la creatività) non potrebbero esservi.
(…) Una macchina sentirà mai il bisogno di guardare un tramonto o sentirà un piacere interiore ad ascoltare un notturno di Chopin, o semplicemente assaporando un acino d’uva? E possiamo chiamare «intelligenti» macchine incapaci di costruire una rappresentazione del mondo o di dare vita a processi creativi? (…) Noi non siamo la sola nostra intelligenza ed è riduttivo ogni discorso che va in questa direzione.”
È proprio partendo da questa consapevolezza che dobbiamo ripensare il welfare aziendale. Non si tratta solo di offrire benefici fiscali, ma di creare un ambiente di lavoro che valorizzi pienamente la persona. Questo significa investire nella formazione dei dipendenti, creare spazi di lavoro più collaborativi e inclusivi, utilizzare la tecnologia per eliminare le attività più stressanti e ripetitive e concentrarsi sullo sviluppo delle competenze esclusivamente umane.
Come consulenti, possiamo aiutare le aziende in questa trasformazione. Ma il primo passo spetta agli imprenditori, ai manager e ai responsabili delle risorse umane: devono comprendere la portata di questi cambiamenti e guidare le loro organizzazioni verso un futuro dove tecnologia e umanità possano coesistere in modo armonioso.
Il welfare aziendale del futuro non sarà solo una questione di benefici economici, ma un approccio completamente nuovo al lavoro, dove la tecnologia serve l’uomo e non viceversa.
Solo così potremo costruire organizzazioni più efficienti e, allo stesso tempo, più umane.